p 51 .

Capitolo Tre. I sofisti.

Paragrafo 1 . Saggezza, sapienza, conoscenza.

"Saggio", "sapiente", "dtto", "esperto" sono parole di origine e
significato diversi ma che spesso, anche nei dizionari, sono
indicate e usate come sinonimi. Ci non toglie che a ciascuna di
esse possa essere attribuita una accezione diversa.
I sofisti, che per primi con chiarezza posero in evidenza il
carattere convenzionale e storico del linguaggio, nel definirsi
tali (sophists significa "sapiente", "esperto") molto
probabilmente rivendicavano una forma di continuit con la saggezza
antica (sopha) e con la figura tradizionale del "saggio" (sophs),
ma non ignoravano certo il nuovo significato che la parola veniva
con loro ad assumere. I sofisti non pensano che si debba rifiutare
la sapienza, ma ritengono che, se con sophs si indica ancora il
filosofo che indaga la totalit dell'Essere, allora  necessario
usare un nuovo termine per definire i nuovi sapienti che operano in
un contesto politico e culturale nuovo, quale si  venuto a creare
nell'Atene democratica della seconda met del quinto secolo.

Veggenti e artigiani.

Fra gli obiettivi dei sofisti c' quello di recuperare l'antica
concezione della sapienza "prefilosofica", incentrata sulle abilit
tecniche.
Omero usa la parola sopha per indicare una conoscenza di tipo
tecnico, ovvero la capacit donata da Atena all'artefice accorto di
usare la squadra per raddrizzare le tavole con cui costruire una
nave.(1)
I poemi omerici, soprattutto l'Odissea, sia nella loro versione
orale, sia nelle loro redazioni scritte, hanno molto probabilmente
svolto anche la funzione di trasmettere conoscenze tecniche,
dall'arte delle costruzioni a quella della navigazione, alla
medicina.
Certo, anche per Omero, quella degli artigiani non  l'unica
sapienza: nel primo libro dell'Iliade incontriamo la figura di
Calcante, "il migliore tra i vati". Egli "conosceva il presente e
il futuro e il passato" e "pensava cose sagge" (euphronon); la sua
saggezza era un dono di Apollo.(2)

p 52 .

La sapienza del vecchio veggente, reso saggio dagli di e
dall'esperienza di una lunga vita, e la sapienza dell'artigiano,
anch'esso reso esperto da un dono divino e da una tecnica appresa
con un lungo tirocinio, sono le due forme di sapere che compaiono
nel mondo omerico. Esse hanno due caratteristiche comuni: derivano
dalla grazia divina e contemporaneamente dall'esperienza e hanno
una funzione prevalentemente pratica. Il loro  un sapere che aiuta
gli altri uomini a scegliere, decidere, operare.

I Sette Sapienti.

Diogene Laerzio dedica il primo capitolo delle sue Vite dei
filosofi a Talete, ma nel Proemio elenca "quelli che furono
ritenuti sapienti: Talete, Solone, Periandro, Cleobulo, Chilone,
Biante e Pittaco"(3). Talete, con la sua doppia presenza, primo
esponente della nuova ricerca razionale e depositario dell'antica
sapienza, appare come un importante anello di congiunzione tra
pensiero prefilosofico e filosofia.
Se leggiamo le massime attribuite a questi sapienti, ci troviamo di
fronte a insegnamenti di tipo pratico, morale.(4) La loro sapienza
rispecchia l'thos (il costume) di un intero popolo: non  una
sapienza per pochi, forse  di pochi, ma  rivolta a tutti. Non
esiste ancora una concezione della conoscenza che abbia come
oggetto una verit astratta, esterna alle attivit umane; non
esiste una sapienza fine a se stessa: il fine del conoscere 
l'agire.
L'immagine del filosofo che cammina con la testa fra le nuvole,(5)
disinteressato alle vicende umane, non  applicabile certo ai Sette
Sapienti(6), e nemmeno ai fisici ionici, o ai pitagorici.

La saggezza come conoscenza.

Eraclito e Parmenide, sostenitori di opposti punti di vista sulla
natura dell'Essere, sono accomunati da quella che Nietzsche ha
chiamato la "superbia del filosofo"(7). Per loro il saggio  colui
che, attraverso la Ragione, possiede la conoscenza dell'Essere e
per questo si distacca dalla massa di coloro che non

p 53 .

danno ascolto al Lgos e si affidano ai sensi. Soprattutto per
Parmenide le azioni degli uomini, in un mondo in continuo divenire,
non possono essere oggetto della conoscenza del sapiente: la
saggezza non si rivolge alla pratica (nel senso di agire tecnico o
morale). Il rapporto creatosi fra gli antichi saggi e la conoscenza
muta in tal modo radicalmente: la conoscenza infatti non  pi al
servizio della morale e l'unico atteggiamento corretto che il
saggio possa assumere, anche dal punto di vista morale,  seguire
la via che porta alla conoscenza.

